Sbarazziamoci subito di ogni conflitto di interessi: qui non c’è niente da vendere. I grandi player del cloud pubblico come Facebook, Google, Microsoft (in rigoroso ordine alfabetico) da sempre regalano la loro tecnologia alle scuole, e gli integratori o reseller come noi di Revevol al massimo riescono a vendere qualche servizio, di solito pagato poco e male perché anche il più duro dei capitalisti si intenerisce quando vede l'intonaco cadere dai muri o la più grande scuola della propria città con la connessione che io avevo a casa dieci anni fa. Se poi è la scuola frequentata dai suoi figli, i sensi di colpa aumentano (ogni riferimento personale è puramente casuale). Insomma, non c’è niente da vendere.

Le cose però vanno dette come sono, senza ipocrisia. Da più di dieci anni giro l’Italia e il mondo insistendo soprattutto su un concetto: c’è il “vero cloud” e il “finto cloud”.  Il vero cloud è solo per giocatori da serie A, anzi da Champions League.  Il vero cloud è quello pubblico, dei “big”, solitamente le più famose aziende americane dell’informatica, quello in cui milioni di server distribuiti in tutto il mondo possono servire indifferentemente applicazioni diverse, per centinaia di milioni di utenti. Sono le aziende che fanno funzionare internet, i nostri telefonini, le nostre chat, i nostri social. Tutti i giorni, 24 ore al giorno. Quelle che funzionano sempre, e che quando non funzionano per mezz’ora finiscono in prima pagina in tutto il mondo, e perdono un sacco di soldi (ragione per cui non succede quasi mai).

Poi c’è il “finto cloud”, quello in cui una applicazione che magari esiste da molti anni viene resa accessibile a distanza, di solito a pochi utenti, ma dall’altra parte c’è lo stesso server di prima. Questo in informatica si chiama “hosting” ed esiste da almeno 35 anni, forse di più. Parrebbe evidente anche a chi non sa nulla di informatica che non basta cambiare nome a qualcosa per rendere questa cosa migliore di quello che è, eppure….

Ebbene, in questi giorni di emergenza la scuola italiana sta dimostrando involontariamente, con un gigantesco esperimento sociale e tecnologico, tutta la differenza tra le due “nuvole”. Le piattaforme del “finto cloud” andavano benino finché si trattava di pubblicare i voti o la circolare sulla gita scolastica, tanto la vera comunicazione si faceva comunque nei famigerati “gruppi Whatsapp dei genitori” (che guarda caso funzionano sul “vero cloud”, quindi benissimo).  Le stesse piattaforme “finto cloud” si stanno però schiantando clamorosamente non appena si cerca di usarle per fare la cosa che oggi è più importante, cioè la didattica a distanza. Al contrario, le classi che fanno lezione nel “vero cloud” funzionano regolarmente. Ringrazio sinceramente qui l’indisciplina e la creatività dei nostri docenti: dato che non c’è una scuola - ma nemmeno una classe - in cui tutti i professori si comportino nello stesso modo, la differenza tra i due cloud ci viene messa sotto il naso tutti i giorni. Perché la lezione di matematica fatta su X funziona così liscia che sembra di vedere il calcio in HD, mentre quella di italiano fatta su Y si pianta miseramente e non si sente nemmeno il prof che spiega?

Naturalmente la tecnologia, come tante altre materie, sembra alla portata di tutti quindi si sente dire di tutto e di più (ah, le chat whatsapp…). 

Devo dire che ora capisco meglio il professor Burioni: in un mondo di tuttologi, difficile rimanere cortesi quando si sa di cosa si parla. Così come nella virologia però, quello che conta è che alla fine le cose vengano fatte funzionare: altrimenti avremo studenti (e professori) di serie A e di serie B.
E, a differenza dell’altro, questo è un campionato che non possiamo permetterci di sospendere.